“Ho fatto il mio dovere”: la scelta di Carlo Bonalumi

L’esperienza degli Internati militari italiani è stata a lungo dimenticata, ma gli studi storici hanno restituito dignità e importanza a un rifiuto che si è rivelato come una delle prime forme di resistenza al nazi-fascismo.

La vicenda degli IMI è strettamente collegata all’8 settembre 1943, quando entra in vigore l’armistizio firmato a Cassibile tra l’Italia e le forze angloamericane. In pochi giorni, infatti, le truppe tedesche disarmano oltre un milione di militari italiani stanziati  sul territorio nazionale, in Slovenia, Croazia, Albania, Francia e Grecia.

Da quel momento ai prigionieri (circa 810.000 uomini – in duecentomila riescono a fuggire o vengono liberati) viene insistentemente chiesto di continuare a combattere al fianco della Germania nazista o per le forze fasciste della Repubblica di Salò (istituita poche settimane dopo l’armistizio in seguito alla liberazione di Mussolini del 12 settembre), ma la maggior parte si rifiuta di collaborare e viene trasferita nei campi di lavoro e prigionia nazisti dislocati in Germania e nei territori occupati.

A passare nelle fila dell’ex alleato sono subito 94.000 uomini, ai quali se ne aggiungono, durante i mesi della prigionia, tra il settembre 1943 e l’estate 1944, altri 103.000. Tra i 600.000 e i 650.000 uomini – oltre l’80% dei deportati – sceglie quindi di resistere al nazifascismo per tutto il periodo trascorso nei lager con il peculiare status di Internati Militari Italiani.

La denominazione ‘IMI’ nasce da un provvedimento arbitrario di Hitler che il 20 settembre 1943 muta lo status dei soldati italiani da “Kriegsgefangene” (prigionieri di guerra) a “Italienische Militär-Internierten” (Internati militari italiani). Un provvedimento che permette al Raich nazista di sfruttare gli IMI come lavoratori coatti (circostanza non ammessa dalla Convenzione di Ginevra del 1929, applicabile però ai soli ‘prigionieri’) e di “aggirare la contraddizione formale di trattenere come prigionieri di guerra i militari di uno stato non riconosciuto, come il Regno italiano del sud, o formalmente alleato, come la costituenda Rsi”*.

La condizione di IMI dura fino all’estate del 1944 quando un nuovo accordo tra Hitler e Mussolini li trasforma per la quasi totalità in ‘lavoratori civili’, solo formalmente liberi. I soldati italiani, pur potendo contare su alcuni miglioramenti in termini economici e di libertà di movimento, sono infatti ancora sfruttati come manodopera, devono vivere negli stessi campi di prigionia fin lì conosciuti, soggetti a discriminazioni e violenze. Dal provvedimento sono inoltre esclusi tra i 100 e i 150 mila italiani: gli ufficiali, “gli internati ritenuti politicamente poco affidabili o comunque poco utili ai fini del lavoro, come i malati, quelli fuori dal territorio tedesco o già impiegati direttamente al servizio delle forze armate”**.

Con il passaggio a lavoratori civili, agli ex Imi viene consegnato un foglio di ‘rilascio’, un libretto di lavoro e un documento di riconoscimento. Nella gallery qui sotto abbiamo raccolto quelli di Carlo Bonalumi, uno degli internati militari colognesi, la cui storia vogliamo ricordare in questo articolo.

CARLO BONALUMI: biografia

Nasce a Monza il 3 maggio 1923 in una famiglia borghese, figlio di Paolo Bonalumi ed Erminia Bedoni, che negli anni ’30 in seguito al trasferimento della azienda di famiglia, spostano la residenza a Cologno Monzese. Carlo prosegue la scuola a Monza, dove a 18 anni, un anno prima dei coetanei, si diploma e nell’ottobre del 1941 si iscrive all’Università Bocconi di Milano, Facoltà di Economia e Commercio.

Dopo pochi mesi, come tutti i giovani della sua età, deve sospendere gli studi perchè chiamato a dare il suo contributo alla guerra che il suo paese sta combattendo. Amante del mare e della vela, sceglie di arruolarsi in Marina come sottufficiale e viene inviato sull’isola di Brioni Maggiore (Pola) sede distaccata dell’Accademia Navale che ospita 735 allievi del IX Corso Preliminare Navale (P.N.).

Il 10 settembre 1943, due soli giorni dopo l’armistizio, gli allievi dell’Accademia vengono presi prigionieri e deportati a Markt Pongau (Salisburgo) oggi St. Johann Pongau. Nei primi mesi del 1945, insieme ad alcuni compagni riesce a fuggire e rientrare a piedi in Italia.

Nell’autunno del 1946 riprende gli studi universitari e nel 1950 si laurea in Economia e Commercio presso l’Università Bocconi. Intraprende a la carriera di professionista Milano ma all’inizio degli anni ’60 apre il suo studio professionale a Cologno Monzese per seguire meglio l’azienda di famiglia poi venduta a metà degli anni ’70.

La sua famiglia, il padre Paolo in particolare, compagno di lotta politica di Pietro Nenni e di Giuseppe Saragat, è da sempre impegnata in politica e l’esempio lo spinge a portare avanti la sua azione nelle file del PSDI. Già nel 1956 siede nel Consiglio Comunale di Cologno Monzese, comune del quale diventerà Sindaco per due legislature dal 1971 al 1981. Finito l’impegno politico torna a dedicarsi alla sua professione e, in seguito ad una malattia, muore il 14 luglio 2004.

CONTESTO STORICO E PRIGIONIA

3 settembre 1943

A Cassibile (Siracusa) il generale Giuseppe Castellano in rappresentanza del generale Pietro Badoglio, campo del governo italiano, e il generale Walter Bedell Smith in rappresentanza del generale Dwight Eisenhower, comandante in capo alleato, firmarono l’Armistizio Corto, in realtà una resa senza condizioni.

8 settembre 1943

L’armistizio fu reso pubblico dal generale Eisenhower, da Radio Algeri, poco dopo le 18. La dichiarazione sorprese le massime autorità politiche e militari italiane, inclusa la Marina. Solo un’ora dopo, alle 19.42, il maresciallo Badoglio ne darà conferma dalle frequenze della radio italiana (EIAR, Ente Italiano Audizioni Radiofoniche).

Molte furono le manifestazioni di gioia da parte di chi riteneva che la guerra fosse finita, mentre altri avevano chiara la gravità del momento, specie militare, preoccupandosi di quella che sarebbe stata la reazione dell’ex alleato nazista. Una situazione di incertezza cui contribuì il messaggio di Badoglio che se da un lato annunciava la cessazione di “ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane”, dall’altro non specificava come comportarsi nei confronti dei tedeschi.

Brioni (Pola)

Foto tratta da: M. Casilnuovo, 8 settembre 1943: un episodio poco conosciuto della Marina italiana: il Corso allievi ufficiali di Stato Maggiore chiuso dopo trent’anni. – Rubbettino,1999

Nell’isola di Brioni Maggiore (Pola) si trovava la sede distaccata dell’Accademia Navale, che ospitava 735 allievi del IX Corso Preliminari Navali con gli ufficiali e le loro famiglie. Tra questi allievi vi era anche Carlo Bonalumi.

Foto tratta da: M. Casilnuovo, 8 settembre 1943: un episodio poco conosciuto della Marina italiana: il Corso allievi ufficiali di Stato Maggiore chiuso dopo trent’anni. – Rubbettino,1999

Alle ore 19 dell’8 settembre 1943 arrivò la notizia dell’armistizio firmato da Badoglio, ufficializzata dal Comandante il capitano di vascello Enrico Simola.

9 settembre 1943

Nella ricostruzione dell’ufficio storico della Marina Militare Italiana, “il comandante, capitano di vascello Enrico Simola, la mattina del 9, poiché la linea ferroviaria per Trieste era stata interrotta dai partigiani slavi, si recò in volo, con un idrovolante, a Venezia, assieme al capitano di vascello Ugo Salvadori, capo di stato maggiore del Comando Marina Pola, per prendere ordini, rispettivamente, dal comandante dell’Accademia, ammiraglio Bacci di Capaci e dall’ammiraglio Brenta, appena giunto per assumere il comando del Dipartimento. Il comandante Simola fu informato che il Vulcania sarebbe stato inviato a Pola, per imbarcarvi il personale e trasferirlo al Sud. I due ufficiali rientrarono rapidamente a Pola”.

10 settembre 1943

Nelle parole di Mario Casalinuovo, uno degli allievi ufficiali di stanza a Brioni, “all’alba un gran frastuono all’interno dell’Accademia annuncia l’arrivo del ‘Vulcania’, che avendo dato fondo alle ancore fuori dall’insenatura di Brioni, era visibile dal terrazzo delle camere ed appariva immensa.

Il Vulcania
Foto tratta da: M. Casilnuovo, 8 settembre 1943: un episodio poco conosciuto della Marina italiana: il Corso allievi ufficiali di Stato Maggiore chiuso dopo trent’anni. – Rubbettino,1999

Si pensava sarebbe arrivato il ‘Saturnia’, transatlantico gemello di 25000 tonnellate, che in realtà aveva imbarcato a Venezia gli allievi effettivi dell’Accademia navale, in vantaggio di un giorno sul Vulcania, e che li avrebbe trasferiti con successo a Brindisi.”

Sul Vulcania furono imbarcati tutti gli imballaggi preparati per il trasferimento, un immenso lavoro di impacchettamento e carico. Si erano imbarcate anche le famiglie degli ufficiali risiedenti in quel momento a Brioni, tra cui bambini in tenera età per le quali, poco dopo, fu ordinato lo sbarco, giustificato dagli eventuali pericoli di navigazione dati dalla situazione.

Sempre dall’archivio storico della Marina Militare “Successivamente, il comandante Simola, non fidandosi della fedeltà dell’equipaggio civile della nave, ed essendo questa senza scorta, decise lo sbarco del personale, e la nave, verso le 22, fu fatta incagliare, per renderla inservibile.”

(diverse interpretazioni sono state date a questa scelta, in parte lo si può leggere dalle fonti sottoriportate)

Si concludeva così la giornata del 10 settembre, la nave si era arenata senza problemi tecnici ma la delusione di quel che stavano vivendo fu forte.

11 settembre 1943

La mattina iniziarono le operazioni di sbarco che durarono l’intera giornata.

12 settembre 1943

All’alba del 12 settembre due motosiluranti battenti bandiera tedesca arrivarono a Pola e i circa 600 allievi furono catturati.

Fu subito chiara la comunicazione dei tedeschi al comando. In buona sostanza ufficiali ed allievi dovevano scegliere tra tre opzioni:

1. Continuare a combattere a fianco ai tedeschi

2. Collaborare con i tedeschi in Germania, aderendo al servizio civile del lavoro

3. Rifiutare ogni forma di collaborazione, ed essere inviati a casa appena possibile

La terza opzione aveva l’aria di essere una trappola ma fu proprio quella ad essere scelta consapevolmente dalla maggioranza, tra cui Carlo Bonalumi.

19 settembre 1943

Fu ordinato il trasferimento da Brioni a Pola presso la caserma ‘Nazario Sauro’.  Erano oltre mille persone, tra gli allievi qualcuno tentò la fuga anche perché gli uomini della Wehrmacht e delle SS erano impegnati su più fronti ma la fuga aveva due incognite i tedeschi da un lato e i partigiani “titini” dall’altro.

23 settembre 1943

Furono imbarcati su una vecchia petroliera ‘la Regina’, ammassati fino a non avere la possibilità di muoversi, senza conoscere la destinazione, all’imbarco, testimona ancora Casalinuovo “gli venivano sottratti orologi, catenine, e similari, erano oltre mille.”

24 settembre 1943

La nave partì alle 8, giungendo alle 17 a Venezia, alla Stazione Marittima, dove erano attesi da una lunga fila di carri bestiame. Alcuni riuscirono a fuggire. La popolazione locale e le crocerossine lungo il binario chiedevano nomi e indirizzi per poter avvisare le famiglie, là dove possibile. Alle 20:30 il treno partì.

25 settembre 1943

Passata Treviso il 25 mattina il treno giunse a Tarcento e alle 11 arrivò a Tarvisio. Qui i vagoni con gli allievi furono staccati e proseguirono per il campo di concentramento XVIIIC di Markt Pongau.

Markt Pongau

I prigionieri già presenti nel campo erano migliaia, i veterani erano i francesi prigionieri da quattro anni, gli inglesi, russi e altre nazionalità. A confronto con i prigionieri, i russi erano quelli a cui erano destinate le peggiori condizioni. Lo Stammlager XVIIIC (317) tuttora soprannominato “Cimitero Russo” fu costruito nel marzo 1941 a Markt Pongau (oggi St. Johann Pongau) per circa 10.000 prigionieri con 1000 uomini di guardia, arrivò a contenerne anche 40.000. Nel campo erano alloggiati in baracche tutte allineate, sporche e piene di insetti. Ognuna conteneva due eneromi vani con castelli in legno a tre posti per dormire, senza pagliericci. Il numero delle latrine era esiguo rispetto alla quantità di priginioniri stipati nelle baracche. Sempre secondo le testimonianze sia di Casalinuovo che dell’ex allievo Giovanni Proia anche il vitto non era dei migliori, un pezzo di margarina da dividere in più persone, del pane raffermo e una brodaglia di rape.

Nel campo in nuovi prigionieri furono subito sottoposti alla solita propaganda per l’arruolamento nelle fila tedesche, in quanto sottufficiali dell’esercito e quindi utili alla prosecuzione della guerra dei tedeschi. Pochi acconsentirono, la maggior parte, tra cui Carlo Bonalumi, rimasero prigionieri al campo e furono impiegati nei vari Arbeitskommando. Furono assegnati a lavori quali la costruzione di strade, canali e gallerie, o impiegati in fabbriche.

Guerre 1939-1945. Markt Pongau. Stalag XVIII C, camp de prisonniers de guerre. Visite de délégué CICR M. Friedrich. War 1939-1945. Markt Pongau. Stalag XVIII C, prisoners of war camp. Visit of the delegate ICRC M. Friedrich. Entretien avec des prisonniers de guerre. (foto dell’archivio ICRC Audiovisual Archives

Dalla testimonianza della signora Donatella, figlia di Carlo Bonalumi-“Dalle lettere ricevute dai genitori di Carlo Bonalumi, si intuisce quanto sia stato duro e disumano il trattamento durante la prigionia, anche se nulla in confronto a quello riservato ai prigionieri russi che si trovavano nel campo nord, i deportati del campo sud infatti potevano scrivere lettere ai genitori e ricevere qualche pacco da casa, pacco che regolarmente veniva depredato dalle guardie del campo. La ragione di questo diverso trattamento era che le guardie speravano di poter reclutare in qualsiasi momento allievi già addestrati per poterli inserire nelle fila dell’esercito tedesco che stava soffrendo l’avanzata anglo americana.”

1945

Verso la fine del ‘44 e l’inizio del 45, Carlo Bonalumi ed alcuni compagni di prigionia italiani e francesi, approfittando di una maggiore libertà concessa, iniziarono a progettare la fuga che, dopo qualche tentativo riuscì e, nonostante le insidie ed essendosi svolta a piedi dalla zona di Salisburgo, si concluse con il ritorno a casa e la fine di un incubo durato circa un anno e mezzo.

Il fondo “Carlo Bonalumi”

Fonti

M. Casalinuovo, 8 settembre 1943: un episodio poco conosciuto della Marina italiana: il Corso allievi ufficiali di Stato Maggiore chiuso dopo trent’anni. – Rubbettino,1999

Ministero della Difesa, 70° Anniversario delle fine della seconda guerra mondiale. La partecipazione della marina alla guerra di liberazione (8 settembre 1943- 15 settembre 1945). Bollettino d’archivio dell’ufficio storico della Marina Militare – Periodico trimestrale Anno XXIX-2015.

(G. Proia, Un ottuagenario si racconta, cons. il 14.04.2022).

La biografia di Carlo Bonalumi è stata fornita dalla figlia Donatella Bonalumi

*Mario Avagliano e Marco Palmieri, I militari italiani nei lager nazisti, Il Mulino 2021, p. 72. Si rimanda a questo volume anche per la ricostruzione i numeri sopra riportati.

**Avagliano cit., pp. 306-307.

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